altCome mi capita abbastanza di frequente nelle ultime settimane mi trovo a fare un articolo di un evento dopo tot giorni dalla sua conclusione. Stavolta, in ritardo per l'appunto, vi parlerò della mia esperienza all'Italia Beer Festival, manifestazione birraia svoltasi lo scorso fine settimana a Roma, all'interno dei giardini di Villa Piccolomini. 

Partendo dal classico "cosa, dove, quando, perchè", inizio dal cosa. Ormai conosciamo tutti l'Italia Beer Festival, probabilmente la maggiore e tra le meglio organizzate manifestazioni birraie italiane, in grado di attirare un buon numero di birrifici di buona qualità e un pubblico decisamente ampio, sia per interessi birrai (dall'esordiente totale di artigianale al consumatore molto smaliziato), sia per quantità, abbondante anche nell'occasione di questo racconto. Il dove si localizza all'interno di Villa Piccolomini, nella zona del Gianicolo, non distante dal centro della città, raggiungibile con mezzi pubblici ma dai parcheggi piuttosto ostici. La scelta della villa ha permesso ai visitatori di godersi un ambiente veramente accogliente, immerso nel verde e sicuramente adatto per gustarsi una buona birra. Il tempo ha parzialmente aiutato, con un venerdi piuttosto fresco e un sabato/domenica sicuramente meno estivi di inizio mese, ma tutto sommato decenti.

In difficoltà invece è andato, un po' come al solito in un IBF, la gestione dei bagni e dello sciacqua-bicchieri, un po' per il numero limitato di entrambi, un po' per la scarsa attenzione mostrata da alcuni partecipanti, cosa che infondo ad una festa dove gira alcool è piuttosto prevedibile. Chiuso velocemente il capitolo del quando (da venerdi 15 a domenica 17), passiamo al "perchè" , che poi è il succo della storia di oggi.

altCome allo scorso IBF milanese mi sono trovato arruolato dal birrificio svizzero dove presto servizio (e cerco di imparare qualcosa) per un fine settimana di "lavoro" allo stand di famiglia. Dalla svizzera a Roma ci sono parecchi chilometri, come ho potuto imparare dal viaggio del giovedi, su un furgone di dubbia qualità ma stranamente affidabile nel fine settimana. Macinata al volante (e in compagnia di Antonella) mezza Italia mi sono scontrato con il primo ostacolo del week-end: Roma, il suo traffico e i suoi impossibili parcheggi. Sicuramente esisterà un codice non scritto sullo stile di guida e sulla disposizione dei parcheggi, codice che in qualche modo avrò pure intuito, ma la prima ora alla ricerca di un rifugio sicuro per un furgone ben stipato di fusti e bottiglie mi rimarrà impressa per un po'.

Chiuso con un buon sonno riposante il capitolo del giovedi fatto di autostrade e parcheggi, arriviamo al venerdi e all'esordio nella società romana. Una cosa che il visitatore dell'IBF ovviamente si perde è tutto il contorno che si crea prima e dopo. Il montaggio dello stand fatto di gesti quasi rituali, lo scarico del banco spine in cui vedi il birraio di turno venire ad aiutarti (o ritrovarti a scaricare il macigno del vicino), la sistemazione nella posizione che ritieni più adatta, il lavaggio delle spine prima di attaccare i fusti, il controllo della Co2 e dei vari manometri e così via. L'aria che si respira è ottima, bene o male tutti si conoscono tra di loro e hanno storie passate intrecciate in grado di creare i classici legami tra chi alla fine vive le stesse esperienze e sbatte contro gli stessi problemi. Noi siamo gli ultimi arrivati, a malapena del settore, eppure dopo Milano rincontro facce già viste, visi amichevoli e qualche racconto/saluto di rito parte subito spontaneo. Sistemato lo stand a dovere non resta che attendere il pubblico che fedelmente all'apertura arriva a farci visita. I primi visitatori sono un po' spauriti e timidi, in giro all'inizio c'è quasi più personale che pubblico pagante e molti stand sono ancora in rifinitura. Si capisce dallo sguardo che si sentono un po' a disagio, si parte con le prime birre e il disagio sparisce in un lampo. Il momento dell'apertura per uno come me è tra i migliori. Si è belli freschi e vogliosi di parlare di birra, la gente è ancora poca e puoi dedicare tutto il tempo necessario alle tue spiegazioni e hai tempo tu stesso di andare a far visita agli altri stand per rinfrescarti un po' la gola con prodotti che non si conoscono o non si assaggiano da una vita.

altIl festival prevedeva, oltre al saccheggio di birra effettuato nei vari stand, una serie di seminari e laboratori dedicati sia a corsi da esordienti, sia ad approfondimenti legati a temi di attualità birraia. Nella tre giorni ho avuto il piacere di partecipare a due di questi, il primo tenuto da Manuele Colonna del Macchè e il secondo da un folto gruppo di rappresentati di pub del nord Italia e di Roma. Il primo incontro era incentrato sulla figura del publican e sulle modalità di servizio di una birra. Sentire Manuele parlare del proprio lavoro è stato veramente affascinante, con descrizioni non banali del metodo di servizio di una birra ma anche della filosofia che deve stare dietro al lavoro del publican. Difficilmente è possibile trovare un relatore migliore sul tema, di questo ne sono piuttosto sicuro. Il secondo incontro invece, legato alla forma dei pub a Roma e a Milano ha avuto spunti differenti e con alti e bassi piuttosto evidenti. Nella sala erano presenti molti publican romani di fama nazionale e a rappresentare Milano purtroppo solo Paolo Polli e coinvolto all'ultimo momento anche l'ottimo Nino dello Sherwood. Come sempre, sentir discutere tra loro dei professionisti è affascinante, anche se per dirla tutta il dibattito si è un po' arrotolato su se stesso incentrandosi quasi esclusivamente sulla realtà romana e , messo in secondo piano il confronto, si è passati a discutere più in generale degli avventori. In sintesi, i laboratori si confermano quale occasione, a volte quasi unica, per sentir parlare di certi argomenti alcuni personaggi, alcuni ormai collocati tra realtà e mito.

Parlando delle birre in questo IBF credo di aver assaggiato un qualcosa di meno rispetto a Milano. Giocare in trasferta comporta fatica maggiore (anche solo di trasporti) e maggiori attività per tenere in ordine il proprio orticello. Comunque sia il livello delle birre presenti (ovviamente non parlo di quelle che spillavo io) mi è sembrato buono, con pochissimi casi sotto la media. Pochi a dire la verità anche le eccellenze, che comunque ho trovato. Faccio tre nomi così a memoria di birre rimaste impresse : la Spaceman di Brewfist, la Working Class Mild di Toccalmatto (lo so, sono ripetitivo ma merita) e Daliha di Turan. La prima è tanto luppolo (Citra, Simcoe e un altro che non ricordo), alcolica ma molto beverina, con un palato tutt'altro che banale. La seconda è interpretazione di un stile (Mild) che solo per l'idea della riscoperta meriterebbe appoggio incondizionato. Il naso è un tostato piacevole e un filo di caramello, in bocca è morbida e molto beverina. Da secchi. Sempre a secchi si potrebbe bere la Daliha, birra che come la precedente condivide anima tostata e alcool ai minimi. A differenza però della creazione di Toccalmatto, la Daliha ha un buon luppolo al naso che sommato al lieve tostato la rende molto particolare e bevibile. Ottima birra.

altMollo un secondo l'aspetto birre e mi sposto sul pubblico. Abbondante come numero soprattutto nelle serate verso il tardi, più smaliziato rispetto ai milanesi e più predisposti al bere. Il luppolo non è stato visto in ottica minacciosa come nell'altra occasione ma anzi ricercato e desiderato. La domanda "hai una ipa?" penso abbia superato nettamente le solite banali legate alla birra chiara o birra molto alcoolica. La situazione che si è creata è stata quindi buffa, perchè mentre a Milano cercavo di far piacere le birre che servivo caratterizzate dal luppolo, a Roma mi trovavo a farle piacere nonostante avessero dosi di luppolo equilibrate e non estreme come il cliente richiedeva. Le persone incontrate mi hanno dato molto, con personaggi piuttosto particolari e divertenti. Mi resterà impresso il ragazzo terrorizzato dalle donne elvetiche (mi avrà tenuto mezz'ora buona ad avvisarmi dei pericoli ad esse legate), l'avventrice che mi ha detto che non ho la faccia da svizzero (come se i ticinesi fossero più simili agli svedesi) o sempre una ragazza che in una serata avrà collezionato 6/7 birre bevute da me, tra cui abbondanti dosi di porter a 8,2° gradi alcolici.

altBella gente però, senza casi spiacevoli o ubriachezze particolarmente moleste. Forse la birra artigianale vuol dire anche questo, mettere in contatto persone e diventare un ottimo mezzo per rendere facile una conversazione che magari inizia da malto a luppolo, ma poi prende la tangente e puo' andare a finire un po' ovunque. Ormai sono al mio terzo mese di stage, qualcosa inizio a impararlo e ancora molto deve essere raffinato. Di sicuro ho imparato che questo lavoro mi piace, in particolare quando sono in mezzo alla gente, e mi piace l'ambiente di chi vive la birra artigianale. Ho ancora qualche settimana da Lorenzo per studiare la materia, poi vedremo se riuscirò a vivere di questo o resterò "semplicemente" un grande appassionato. Intanto mi godo eventi come questo, ben organizzati e gestiti, in cui posso "giocare" da inflitrato nella squadra opposta rispetto alla mia solita, lavorando per fare in modo che l'operazione di immersione possa diventare definitiva e si possa vivere del proprio hobby. Come idea non suona male, nel frattempo scruto gli auspici versandomi un'altra pinta...



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