Sfrutto l'incipit di un altro blogger per iniziare questo post, frutto della riflessione della nostra gita elvetica di ieri sera in occasione dell'inaugurazione del Bad Attitude.
Del birrificio in sè, delle opinioni che ci siamo fatti su i loro prodotti, sul tipo di impianti visti, sulle idee strettamente legate al bifficio preferisco parlarne con più calma tra qualche giorno in un post più "analitico" (e così finalmente possiamo inaugurare la sezione birrifici..
).
Oggi vorrei parlare invece dell'incontro dedicato alla birra e comunicazione e direttamente quindi alle prospettive della birra artigianale in un ottica di diffusione e consumi.
Aver ascoltato numerosi interventi e aver messo una notte di riflessione nel mezzo mi aiuta molto, forse avrei dovuto essere più propositivo in loco, forse a un certo punto si è iniziato a parlarsi un po' addosso e mi sono scoraggiato nel buttare giù i miei quattro pensieri da dilettante della birra e neo-blogger.
Comunque sia, qualcosa da dire alla fine è venuto anche a me e inizio sfruttando questa bella paginona.
Per prima cosa, se penso a birra e comunicazione, penso alla mia biografia. Se scrivo ora questo articolo è perchè ho conosciuto la birra artigianale e l'ho apprezzata abbastanza da decidere di perderci una mezz'ora ogni tanto per poterne parlare qui, o passare giornate a girovagare in Italia (e non solo) alla ricerca della pinta giusta.
Biografia quindi, biografia di consumatore. Personalmente ho scoperto la birra artigianale perchè mi è stata posta davanti da un amico, che dovrei ringraziare più spesso per questo. Mi ha semplicemente messo davanti una bottiglia (ora non ricordo, forse Chouffe, ma chissà, è passato molto tempo), mi ha detto di assaggiare, mi ha chiesto un parere, abbiamo aperto una seconda bottiglia. Tutto qua. La mia biografia parte così, contagiato da un "virus", e così è partito il gioco.
Però c'è un passaggio su cui riflettere. Perchè dopo la prima bottiglia ho voluto aprirne una seconda? Perchè ora ho qualche centinaio (se non migliaio) di birre sulla coscenza?
Semplicemente perchè il prodotto che avevo davanti era buono, era diverso, era particolare. Sfido un bevitore normale di birra a non distinguere una comunissima beck's da una Hobo assaggiata ieri per fare un esempio. Già dai profumi, dal luppolo si parla di due mondi diversi. Non serve affatto essere degustatori per capirlo e con questo rispondo a chi asseriva che la birra artigianale è solo per una minoranza, un'élite e che può diffondersi solo tramite corsi di degustazione.
Cazzate a mio avviso perchè tutti noi siamo già dotati del miglior giudice possibile: il nostro palato e i nostri gusti, che resteranno sempre intimamente nostri e nessun solone esperto per quanto navigato potrà saperne per quanto ci riguarda di più rispetto ai nostri puri e semplici gusti.
Poi è vero che i gusti si "formano", che a furia di assaggi ci si affina, si imparano a riconoscere i sapori, i profumi, tutto quello che si vuole. Ma il giudice ultimo siamo noi.
Quindi un corso di degustazione può essere utile, piacevole, ma è già un passaggio oltre, fatto da chi già la birra (quella vera) la conosce e vuole acquisire qualche strumento in più, tutto qua.
Tornando sul discorso comunicativo, cosa può fare la birra artigianale?
Forse, ma la butto giu così, tornare alla mia biografia.
Fare un prodotto diverso dall'industriale (perchè altrimenti mi compro quello), fare un prodotto che abbia un gusto suo, fare un prodotto di qualità costante (le bottiglie fallate sono una disgrazia per la birra artigianale), fare un prodotto a un prezzo onesto e che sia reperibile.
Un prodotto così, a mio avviso inizia a vendersi da solo. Può diventare di massa? Si e no.
Facendo un raffronto, fastidioso forse, con il mondo del vino, abbiamo il "successo del Tavernello" che fa riflettere di sicuro ma abbiamo anche tanta qualità, ben conosciuta, a prezzi decenti.
Da consumatore quindi penso che il "popolo" sia capace di scegliere se interpellato, se ha la disponibilità di assaggiare (quindi ben vengano fiere, manifestazioni, eventi, incontri, degustazioni e quanto si voglia), se ha quindi un prodotto raggiungibile come distribuzione e sostenibile come costi.
Ripensando alle mie esperienze personali, ho sulla coscienza molte persone contagiate dal mio stesso virus. Ho messo loro davanti una bottiglia, una pinta. Ho fatto assaggiare, alcuni sono stati conquistati, altri (ma una netta minoranza) si sono mostrati indifferenti (infondo il tavernello si vende anche nella patria del vino buono.).
Per concludere, penso che il contributo che possiamo dare noi blogger è questo. Mettere una bottiglia davanti a un amico, anche se la bottiglia è virtuale e l'amico sta dietro un pc. Una comunicazione di tipo "diretto" e virale, in cui contagiare a catena chi può essere interessato a il puro e semplice edonismo di una buona birra. I miei acquisti sono notevolmente influenzati dai pareri dei miei "amici" , che si tratti di conoscere in real life o via blog/facebook o altro mezzo virtuale si voglia.
Riassumendo il tutto: un prodotto buono, costante nella qualità, a un prezzo giusto e di facile reperibilità. Secondo me non serve altro.
Industriale o artigianale quindi si perde nella definizione. Buono, costante, prezzo costante, reperibile da ripetere come un mantra. Noi chiaccheroni (del web o no), ci penseremo alla pubblicità. Perchè se c'è una vera differenza, il passa parola parte automatico.
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Commenti
I gusti personali sono spesso sottovalutati nell'eleggere l'una o l'altra birra come giusta o sbagliata.
Peccato che non ci sia stato modo di portare avanti la discussione per tempi tecnici. L'ambiente cominciava a scaldarsi però poteva diventare ancora più interessante
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